“Quello che molti hanno descritto qui è un vero e proprio meccanismo di craving, e credo che le reazioni chimiche, psichiche e neurali che stanno alla base della “compulsione a comunicare”, siano davvero molto simili a quelle che determinano l’appetito per una sostanza. Faccio un tweet, tizio mi risponde in maniera stimolante/provocatoria ed ecco che sento il bisogno irrefrenabile di controbattere, se non c’è campo per la smartphone vado in paranoia, mi agito, i’m waiting for my man. Twitter mi fa essere sempre “in atto” e dunque finisce per de-potenziare quel che ho da dire, perché “Ciò che è potente può sia essere che non essere” (Aristotele), mentre Twitter mi fa “essere” di continuo, senza possibilità di “non essere”. E diciamo pure che lo smartphone, sempre collegato in rete, porta alle estreme conseguenze la trasformazione “in lavoro” di ogni minuto della nostra vita (Nuova catena di montaggio, come la definisce Bifo: quella mette in opera ogni minuto passato in fabbrica, il cellulare fa lo stesso (potenzialmente) con ogni attimo dell’esistenza.) Aggiungo che la discussione – prima della Rete – aveva alcuni rituali. Per discutere dovevo vestirmi, uscire di casa, andare in un luogo pubblico, fare quattro chiacchiere di riscaldamento, ecc. Adesso sto davanti al computer e parlo con un sacco di gente di cose importanti, però magari sono in mutande, e nel frattempo controllo la mail, lavoro, ricevo un sms… e inevitabilmente quel che ho da dire ne risente. Se a questo aggiungiamo uno strumento che mi mette pure fretta, che mi fa letteralmente andare in craving, ecco che non sono più una centrale di ragionamenti, sono solo un tossico in mutande (con tutto il rispetto per la categoria e per l’indumento in questione).”
Alcuni appunti disordinati sulla twittersfera italiana | Giap
intervento di Wu Ming 2
(via angeloricci)
Postato il 3 Dicembre, 2011
Rebloggato da MizarAlcor Fonte wumingfoundation.com

Note